Un anno vissuto pericolosamente:
per il mercato dei periodici scientifici è concentrazione o monopolio?
Nello scorso mese di giugno, di ritorno da un viaggio di lavoro
in Gran Bretagna e Olanda, un amico bibliotecario mi ha chiesto quale era
stato, a mio parere, il fatto dell’anno nel mercato dell’informazione e
dell’editoria scientifica internazionale.
Ho risposto, senza alcuna esitazione, che l’evento più significativo
era l’acquisizione del gruppo Harcourt General da parte di Reed Elsevier.
All’epoca di questo scambio di battute non sapevamo ancora quale sarebbe
stato l’esito dell’esame in corso presso l’antitrust britannico, ma l’acquisizione,
annunciata nell’ottobre 2000, aveva innescato una tale catena di azioni
e reazioni e fatto emergere una serie di prese di posizione tali da fargli
assumere, indipendentemente dal successo dell’operazione, un valore paradigmatico
dei rapporti di forza e delle contraddizioni che caratterizzano il mercato
dell’informazione scientifica e professionale.
Tutto era cominciato nella primavera del 2000, quando il gruppo editoriale
Harcourt General, Inc., proprietario fra l’altro di alcuni importanti editori
scientifici internazionali, aveva annunciato di essere interessato a valutare
offerte per vendere l’azienda nella sua totalità. Alla base di questa
decisione c’era la percezione che gli ingenti costi necessari per rimanere
competitivi rispetto al livello di investimenti messi in atto dai principali
concorrenti per la migrazione al formato digitale avrebbero di fatto eroso
il valore dell’azienda per gli azionisti, e questo nonostante che i risultati
economici degli ultimi anni fossero stati assai incoraggianti e Harcourt
avesse sviluppato una propria piattaforma per i periodici elettronici.
A questo annuncio aveva fatto seguito, fra giugno e ottobre, un’asta
fra i potenziali compratori. In ottobre, infine, il gruppo Reed Elsevier
raggiungeva un accordo per acquisire la totalità delle azioni di
Harcourt e contestualmente un altro accordo con il principale concorrente
Thomson, finalizzato alla vendita di una parte delle attività Harcourt
presumibilmente non interessanti per Reed Elsevier.
Prima di inoltrarci nella discussione, vediamo chi sono i protagonisti
della vicenda.
Reed Elsevier è un’azienda multinazionale anglo-olandese la
cui principale attività è quella editoriale; è leader,
con la propria controllata Elsevier Science, del settore dell’editoria
scientifica, oltre a vantare nel proprio portafoglio altre aziende editoriali
di primaria importanza, fra le quali vanno ricordate Lexis-Nexis, Engineering
Information, Bowker (peraltro ceduta alla fine di agosto).
In particolare Elsevier Science comprende marchi prestigiosi dell’editoria
medico-scientifica, quali Elsevier, Pergamon, Excerpta Medica e North-Holland.
Harcourt General è una holding statunitense che controlla un
gruppo di importanti editori internazionali, attivi nel settore dei libri
di testo, dei manuali universitari e dell’editoria medica e scientifica.
In quest’ultima categoria si collocano importanti editori scientifici quali
Academic Press, W.B. Saunders, Churchill-Livingstone, Bailliere-Tindall,
Mosby.
Thomson è un gruppo canadese che occupa una delle prime posizioni
sul mercato dell’informazione professionale, economica e scientifica e
che controlla aziende quali Dialog Corporation, Institute for Scientific
Information, Derwent, Gale Group, Westlaw, Sweet & Maxwell, Micromedex,
ecc.
L’acquisizione era soggetta all’approvazione delle autorità antitrust
di numerosi paesi, fra i quali ovviamente gli Stati Uniti e il Regno Unito.
Le indagini delle diverse commissioni antitrust sono proseguite per alcuni
mesi, ma in particolare è il lavoro dell’antitrust britannico quello
che ha richiesto più tempo e ha di fatto bloccato l’operazione fino
al 6 luglio 2001; l’approvazione da parte dell’autorità statunitensi
era invece arrivata nel mese di maggio.
Che cosa era in gioco in questa acquisizione?
La manualistica scolastica, quella universitaria e professionale non
potevano sollevare preoccupazioni o obiezioni sostanziali: o venivano vendute
a Thomson o la quota di mercato di Reed Elsevier in questo settore non
era critica o significativa.
Dove l’acquisizione risultava critica era invece nel campo delle riviste
scientifiche (il cosiddetto mercato dei periodici STM, Science Technical
and Medical), in cui Elsevier Science è leader, con circa 1200 titoli
pubblicati e Harcourt detiene la seconda/terza posizione con oltre 500
titoli, più o meno a pari merito con il gruppo olandese Wolters
Kluwer.
E’ proprio su questo specifico mercato che si è soffermata l’attenzione
delle commissioni antitrust e degli attori del mercato, dando luogo come
dicevamo a una interessante vicenda che ci sembra illuminante rispetto
all’attuale situazione dell’editoria scientifica.
Va detto ancora, preliminarmente, che Reed Elsevier aveva già
tentato nel 1997 una fusione, di analoga o forse superiore valenza, con
il rivale olandese Wolters Kluwer NV, a cui aveva poi rinunciato nel maggio
1998 a fronte delle difficoltà frapposte dalla indagine antitrust
disposta dalla Commissione Europea.
Si trattava quindi della “seconda volta” per Reed Elsevier, del secondo
tentativo di aumentare di una misura significativa la propria quota di
mercato tramite l’acquisizione o la fusione con uno degli immediati concorrenti.
Per la seconda volta quindi, e con ben maggiore intensità e determinazione,
si verificava una levata di scudi da parte della comunità bibliotecaria
internazionale, in particolare di quella maggiormente interessata, sia
per livello di spesa che per la sede delle due principali indagini antitrust,
e comunque quella meglio organizzata e influente, cioè quella anglo-americana.
Le maggiori preoccupazioni erano che Elsevier Science, realizzando
una posizione di particolare forza nel mercato dei periodici STM, avrebbe
perseguito una politica di prezzi aggressiva per i periodici Harcourt,
analoga a quella praticata per i titoli acquisiti da Pergamon nel 1991
e per i propri titoli negli anni 1998-99 (cioè con aumenti percentuali
compresi fra il 15 e il 20%).
Va detto che Elsevier non gode, in particolare dopo la stagione degli
aumenti percentuali a due cifre, di una grande popolarità nella
comunità bibliotecaria: di fatto non c’è stata recente mossa
o decisione dell’editore che non sia stata aspramente e pubblicamente discussa
e criticata dai bibliotecari, in convegni, riviste e soprattutto sulle
numerose liste di discussione su Internet.
Una lista ad hoc (ReedElsCustomers) in particolare è stata promossa
nel gennaio 2001, proprio per discutere gli effetti delle politiche dell’editore
sulle biblioteche e favorire la condivisione e la circolazione delle informazioni
fra gli utenti/clienti dell’editore, anche se va detto che gli interventi
di maggiore spessore trovano più frequentemente ospitalità
su liste di maggiore prestigio e tradizione.
Negli ultimi due anni il management di Elsevier ha dedicato particolare
impegno a contrastare questa situazione e migliorare la sua immagine e
la sua capacità di comunicazione con i bibliotecari, lanciando una
campagna di comunicazione sotto lo slogan “The New Elsevier: Making your
journals more valuable”: si va dalla costante presenza di dirigenti di
alto livello direttamente sulle liste di discussione, all’annuncio di un
impegno a mantenere gli aumenti dei prezzi al di sotto del 10%, dalla adozione
di una politica per garantire l’accesso negli anni alle edizioni elettroniche
dei periodici, alla recente nomina dell’olandese Leo Voogt, già
segretario generale IFLA e Executive Director della Royal Dutch Book Trade
Association (KVB), a Direttore per i rapporti con le biblioteche in Europa,
Medio Oriente ed Asia.
Nonostante queste sforzi, a dire il vero caratterizzati da una certa
coerenza e continuità, non si può dire che la polemica, e
addirittura l’ostilità, nei confronti di Elsevier abbiano registrato
cambiamenti significativi.
Oltre alla preoccupazione sul versante dei prezzi, la comunità
bibliotecaria sollevava un’altra obiezione relativa alla posizione dominante
che Elsevier avrebbe raggiunto nei servizi che mettono a disposizione la
versione elettronica dei periodici.
Ricordiamo che Elsevier offre al momento, sulla propria piattaforma
Science Direct, circa 1150 periodici elettronici, pari a circa 1,5 milioni
di articoli (comprese le annate retrospettive).
Con i circa 320 periodici di Harcourt già disponibili in formato
elettronico, Science Direct raggiungerà la rispettabile cifra di
circa 1500 titoli, per un totale di almeno 1,7–1,8 milioni di articoli,
confermandosi il principale servizio fra quelli proprietari messi a disposizione
direttamente dagli editori di periodici cartacei (con l’esclusione quindi
dei servizi di gateway operati da terze parti).
Per capire meglio questa preoccupazione, occorre riflettere un momento
sul fatto che i servizi come Science Direct (ricordiamo fra gli altri Kluwer
Online, Synergy di Blackwell Science, Springer-Link, Wiley InterScience,)
sono siti web che, mettendo a disposizione non semplicemente la versione
elettronica dei periodici cartacei, ma offrendo tutta una serie di servizi
aggiuntivi, primi fra tutti la possibilità di fare ricerche su basi
dati bibliografiche e funzionalità di navigazione estesa e bidirezionale
dal dato bibliografico al testo completo, agiscono da catalizzatori di
altri cambiamenti nelle modalità di distribuzione e di utilizzo
della letteratura scientifica.
Con servizi come Science Direct, il focus dell’utilizzatore si sposta
progressivamente dal periodico alla piattaforma (e quindi all’editore):
prima dell’era dei periodici elettronici, il ricercatore medio era indifferente
(o inconsapevole) rispetto a chi pubblicava i periodici chiave della propria
disciplina; con l’avvento dei servizi di periodici elettronici, l’utilizzatore
rischia di diventare sempre più dipendente dalla piattaforma e di
identificare sempre di più piattaforma e contenuto.
Il fatto di avere oltre 1500 periodici scientifici integrati in un unico
archivio e accessibili tramite un’unica piattaforma, mette quindi indubbiamente
Elsevier in una posizione di particolare forza sul mercato, non soltanto
nei confronto degli utenti e dei bibliotecari, ma anche nei confronti degli
editori minori che non possono permettersi e non hanno la massa critica
per realizzare servizi di equivalente appeal fra i ricercatori: questa
posizione di forza potrebbe essere sfruttata in senso monopolistico o oligopolistico
(nel senso di una politica di prezzi non condizionata dalla concorrenza),
una volta che la transizione dalla circolazione cartacea a quella elettronica
si sarà completata e il modello commerciale e di prezzo sposterà
la propria enfasi dagli abbonamenti cartacei all’accesso ai periodici elettronici.
In tutti i casi, la comunità bibliotecaria anglo-americana non
è riuscita, nonostante il grande impegno profuso e un’influenza
sull’opinione pubblica impensabile in un paese come il nostro (articoli
che riflettevano le posizioni negative dei bibliotecari sono addirittura
apparsi sul New York Times), né a impedire, né almeno ad
influenzare le decisioni delle autorità antitrust.
Una delle ipotesi che è circolata per un certo periodo è
stata quella che gli antitrust subordinassero l’approvazione alla vendita
di una parte del pacchetto di riviste Harcourt a una terza parte, così
da diminuire il potere di aggregazione di Elsevier e da facilitare la crescita
di un terzo (o quarto, se Kluwer non fosse entrato in questa “divisione
delle spoglie” ) attore con una certa massa critica sul mercato; in questo
senso si era fatto avanti il gruppo inglese Taylor & Francis, che dopo
l’acquisizione nei primi mesi del 2001 dell’editore Gordon and Breach,
è ora fra i primi 6-7 editori di periodici STM.
Ma anche questa soluzione, che avrebbe rappresentato un buon compromesso
e avrebbe mandato segnali rassicuranti alla comunità bibliotecaria,
pur non ostacolando un processo di concentrazione dagli effetti non necessariamente
negativi per il mercato, non è stata presa in considerazione dai
regolatori.
Va detto, peraltro, che questi sforzi non sono stati del tutto vani
visto che la decisione dell’antitrust britannico non è stata presa
all’unanimità (uno dei tre relatori, contrario alla fusione, ha
presentato delle conclusioni di minoranza) e che la relazione comunque
raccomanda all’esame degli organi dell’Office of Fair Trading l’eventualità
di una indagine a tutto campo sul mercato dei periodici scientifici in
generale, sulle sue distorsioni e sulle recenti dinamiche di prezzo.
Al di là delle ovvie considerazioni sui rapporti di forza e sulle
capacità di lobbying delle parti, ovviamente tutte a favore delle
multinazionali, quali sono le ragioni di questa sconfitta?
In primo luogo le particolarità del mercato dei periodici scientifici
e la difficoltà di dimostrare, secondo i parametri usuali negli
altri mercati, l’esistenza o il rischio di monopolio.
Infatti Elsevier, dopo l’acquisizione di Harcourt, ha in catalogo circa
1700 titoli, che rappresentano il 14% circa rispetto ai 12.000 principali
periodici scientifici internazionali; se invece facciamo riferimento ai
circa 7.700 periodici STM presi in considerazione da ISI per il calcolo
dell’Impact Factor, la quota di Elsevier è di circa 1350 titoli,
pari al 17,5%.
Sono percentuali ovviamente ragguardevoli: salta agli occhi che si
è determinata una compressione al vertice della classifica, con
una situazione di maggiore squilibrio fra Elsevier e il suo maggior concorrente
Kluwer, che ha, più o meno, il 6% dei 12.000 titoli principali (le
cifre percentuali prima della fusione erano grosso modo le seguenti: Elsevier
10%, Harcourt e Kluwer entrambi al 6%).
Non si tratta tuttavia di percentuali che possano far parlare di monopolio,
se si considera che restano oltre 10.000 titoli (o oltre 6.000 se prendiamo
in esame solo quelli con Impact Factor), che sono pubblicati da circa 2000
fra editori commerciali, società scientifiche e university press.
Va detto che la situazione si presenta in modo sostanzialmente differente
se prendiamo in esame le effettive quote di mercato, cioè il numero
degli abbonamenti effettivamente esistenti e la spesa relativa: da questo
punto di vista, l’indagine dell’antitrust britannico ha messo in luce che
gli abbonamenti a riviste Elsevier e Harcourt rappresentano una quota compresa
fra il 15 e il 20% degli abbonamenti a periodici delle università
britanniche, ma assorbono una quota oscillante fra il 30 e il 40% della
loro spesa in abbonamenti.
Queste cifre, sebbene più pesanti di quelle precedenti, non
sono apparse all’autorità britannica sufficienti ad individuare
una situazione di monopolio, quanto piuttosto una tendenza alla concentrazione
e alla razionalizzazione in un mercato estremamente frammentato.
Una seconda difficoltà è stata quella di dimostrare che
la possibilità per un editore di aumentare i prezzi in modo indiscriminato
senza risentire degli effetti della concorrenza, (che è una delle
caratteristiche del monopolio), sia collegata a o venga favorita dal numero
dei titoli posseduti o dalla quota di mercato: di fatto ogni periodico
è in qualche modo un prodotto unico ed esclusivo, al servizio di
uno specifico mercato (quello della disciplina o sub-disciplina studiata)
e in molti casi insostituibile; ciò che consente all’editore di
adottare politiche di prezzo quasi-monopolistiche non è il fatto
di possedere un altro migliaio di titoli in altre 200 aree disciplinari,
quanto piuttosto la capacità di perseguire una politica sistematica
di consolidamento e acquisizione di periodici unici e insostituibili in
una determinata disciplina, di periodici, cioè, con un alto Impact
Factor, i cui articoli devono essere citati per definizione e davanti ai
quali i ricercatori fanno la fila per pubblicare i propri lavori.
Infine non è stato facile dimostrare, sulla base dell’esperienza
attuale, che mettere a disposizione dell’accademia e della ricerca un servizio
per l’accesso a una collezione assai estesa di periodici elettronici e
dotato di caratteristiche e funzionalità di avanguardia, invece
di produrre inestimabili benefici per gli utenti, nascondesse il rischio
del monopolio dell’accesso all’informazione digitale e quindi della circolazione
dell’informazione scientifica.
Né sembrano aver avuto miglior sorte i tentativi di influenzare
queste decisioni sviluppati da quella parte della comunità scientifica
che ha promosso e partecipa alla discussione sul futuro della comunicazione
scientifica, discussione a cui contribuiscono anche significativamente
numerosi bibliotecari, e che è attiva nelle ormai numerose iniziative
di editoria parallela o alternativa al circuito commerciale: si è
arrivati a parlare perfino di boicottaggio delle riviste Elsevier, ossia
di non pubblicare più i propri lavori sulle riviste del gruppo.
Anche in questo caso, ci si scontra con una delle peculiarità
di questo mercato, cioè la sua circolarità (produttori e
utenti sostanzialmente coincidono) e la sua relativa rigidità: l’esigenza
di massimizzare la diffusione e l’influenza della propria ricerca, il fatto
che carriera e fondi dipendano dal pubblicare su periodici ad alto Impact
Factor fa sì che la stragrande maggioranza dei ricercatori e degli
scienziati sia portata a privilegiare, per pubblicare i propri lavori,
le riviste leader della disciplina, rispetto a riviste meno consolidate,
anche se di alta qualità, e pubblicate in un circuito non commerciale.
Che lezione possiamo quindi trarre da questa interessante vicenda di
cui abbiamo cercato di sintetizzare gli aspetti principali?
1) Le biblioteche, e anche i consorzi fra biblioteche, non detengono
il potere di decidere quali periodici acquistare e quali no;
2) questo potere risiede nelle mani dei ricercatori, la cui libertà
di scelta è sostanzialmente condizionata dai meccanismi che abbiamo
tentato di descrivere e che sono relativamente insensibili rispetto alla
variabile prezzo; molto spesso in presenza di restrizioni di fondi si sacrificano
le altre due/tre riviste di una determinata disciplina, anche se più
economiche, per poter mantenere l’abbonamento a quella il cui prezzo è
stato recentemente aumentato di una percentuale a due cifre, proprio perché
insostituibile;
3) i tentativi di un circuito alternativo per l’editoria scientifica
sono assai importanti (e sono forse gli unici che possano determinare un
riequilibrio del mercato), ma dispiegheranno i propri effetti solo nel
medio-lungo periodo, mentre al momento come calmiere del mercato hanno
un effetto limitato;
4) i consorzi di biblioteche sono portati, per ragioni di economie di
scala, a realizzare accordi con gli editori con il più elevato numero
di titoli e con maggiore penetrazione nel mercato, e quindi, in qualche
modo, a fotografare i rapporti di forza del mercato; il loro ruolo, in
questa fase, è piuttosto di stabilizzazione e razionalizzazione
della domanda, che di calmiere del mercato.
5) la piattaforma tecnologica su cui viene offerto l’accesso ai periodici
elettronici è destinata ad acquistare una sempre maggiore centralità,
andando a combinarsi e a rafforzare la centralità dei contenuti:
controllare la tecnologia e il servizio per distribuire in proprio periodici
elettronici vuol dire candidarsi a essere uno dei punti di accesso principali
all’informazione scientifica e disporre dello strumento per distribuire
capillarmente e in modo incrementale i propri contenuti e per diffondere
i singoli articoli indipendentemente dalla rivista in cui sono pubblicati;
in questo modo si aumentano le chances di citazione e quindi l’Impact Factor,
dal momento che le riviste “maggiori” svolgono una funzione di traino rispetto
alle riviste “minori” e si raggiunge una visibilità impensabile
nel modello cartaceo; nello stesso tempo, controllare un servizio web con
un elevato numero di visitatori, tutti altamente qualificati e possibilmente
individualmente registrati, consente di svolgere un ruolo di attrazione
rispetto ad editori minori, che pertanto possono trovare conveniente raggiungere
accordi di ospitalità, capaci di produrre effetti analoghi o molto
vicini a quelli di nuove acquisizioni.
Avremo modo di vedere nei prossimi mesi quali nuovi elementi saranno
portati in luce dall’inchiesta informale dell’Office of Fair Trading britannico,
promossa il giorno dopo l’approvazione della acquisizione, sul mercato
dei periodici scientifici; quello che è possibile dire fin d’ora
con ragionevole certezza è che, anche se i rapporti di forza sono
cambiati, la partita non è chiusa e che un’altra battaglia è
pronta a divampare: siamo certi che non ne mancheranno le occasioni.
Luca Burioni
10 settembre 2001
Bibliografia
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and Harcourt General, Inc: A report on the proposed Merger,
<http://www.competition-commission.gov.uk/reports/457reed.htm>
CURL (Consortium of University & Research Libraries), Reed Elsevier
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Kenneth Frazier, The Librarians' Dilemma: Contemplating the Costs
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“Nature” Forum: Future e-access to the primary literature, <http://www.nature.com/nature/debates/e-access/>
“Science” Discussion: A Public Archive for the Primary Scientific Literature,
<http://www.sciencemag.org/feature/data/hottopics/plsdebate.shtml>
David Malakoff, Librarians seek to block merger of scientific publishing
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David D. Kirkpatrick, Librarians Unite Against Cost of Journals,
“New York Times”, Dec 25, 2000
Electronic Content Licensing Discussion <liblicense-l@lists.yale.edu>,
archivi a:<http://www.library.yale.edu/~llicense/ListArchives/>
ReedElsCustomers <reedelscustomers@lists.cc.utexas.edu>
Per ulteriori riferimenti bibliografici e aggiornamenti della discussione
consultare a ESBnotizie (http://esbn.burioni.it)
il mensile di notizie e approfondimenti sul mondo dell'editoria internazionale
e sul mercato dell'informazione.