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    Il contenuto è re, ma il regno è in grande fermento. Analisi e tendenze del mercato dell'informazione.

    Content is king: è questo il mantra che al momento gode di maggiore popolarità fra gli addetti ai lavori del mercato dell’informazione e della editoria scientifica (ma non solo); e si tratta, indubbiamente, di un’affermazione che dispone di un notevole grado di verità e che, a dire il vero, andiamo ripetendo con intima soddisfazione. Infatti, quale migliore scenario potevamo immaginare, nell’era della tecnologia trionfante, per le nostre professioni che da secoli sono le professioni del contenuto?

    Tuttavia sappiamo anche che la realtà è sempre più complessa delle sue rappresentazioni e che la centralità dei contenuti non è una lente di interpretazione sufficiente a rendere ragione delle modificazioni in atto sul mercato editoriale e nel sistema della comunicazione scientifica.

    Guardando gli avvenimenti di questi ultimi mesi possiamo notare alcuni fenomeni estremamente importanti, che fanno riferimento piuttosto ad aspetti di organizzazione sociale e di politica dell’informazione, che ad aspetti tecnologici e di contenuto, anche se ovviamente non ne possono prescindere.
    La sensazione è che la situazione sia diventata estremamente fluida e che si siano rotti alcuni importanti punti di equilibrio.

    1. Un nuovo modello per la comunicazione scientifica
    Per la prima volta, dopo un paio di secoli di onorato servizio, è stato messo in discussione il modello alla base della comunicazione scientifica, che ha garantito la circolazione dei risultati della ricerca ed il suo stesso sviluppo, attraverso il sistema delle riviste scientifiche.

    Il sistema si basa su una chiara divisione dei ruoli fra i diversi attori:

    • gli scienziati e i ricercatori hanno bisogno di far circolare le proprie idee e i risultati ottenuti;
    • le riviste scientifiche operano un controllo di qualità attraverso il sistema del peer-reviewing, pubblicano queste idee e questi risultati, offrendo nel contempo una certa protezione da utilizzazioni illecite;
    • le biblioteche acquistano le riviste, le mettono a disposizione degli studiosi e ne garantiscono l’archiviazione per gli anni futuri.
    Il sistema è entrato in crisi a seguito di alcuni recenti fenomeni:
    • la transizione dal modello cartaceo al modello digitale;
    • la lentezza del sistema del peer-reviewing e del sistema di produzione e di circolazione della rivista cartacea, in particolare rispetto alla rapidità e facilità di comunicazione che caratterizzano la moderna epoca;
    • le difficoltà finanziarie che le biblioteche incontrano nello stare al passo con gli aumenti assai significativi dei prezzi degli abbonamenti introdotti negli ultimi anni dagli editori commerciali.

    Quest’ultima difficoltà, in particolare, ha fatto emergere un paradosso: la ricerca scientifica è in gran parte finanziata in tutto il mondo da fondi pubblici, quindi in linea di principio gli articoli pubblicati sulle riviste dovrebbero circolare nel modo più libero e meno costoso possibile; d’altra parte è ancora dai fondi pubblici che il sistema commerciale trae ragione d’essere, grazie agli abbonamenti sottoscritti dalle biblioteche.

    Si sono quindi moltiplicati i tentativi e i progetti per la realizzazione di un circuito alternativo al sistema commerciale, che veda un maggiore coinvolgimento dell’accademia e delle biblioteche anche nelle fasi tradizionalmente di competenza degli editori.
    Queste iniziative si distribuiscono in una ampia gamma di tipologie e vanno dalla rivista pubblicata in modo autonomo direttamente nella versione elettronica, ai cosiddetti servizi di preprint, a progetti più complessi e articolati che spesso vedono l’intervento diretto di enti di ricerca e di società scientifiche. In questa ultima tipologia numerosi sono gli esempi e fra questi possiamo ricordare SPARC (Scholarly Publishing & Resources Coalition), PubMedCentral, BioMedCentral, il progetto E-Biosci dell’EMBO (European Moculelar Biology Organization), BioOne.

    La principale difficoltà che questi progetti devono affrontare è raggiungere rapidamente una massa critica e un riconoscimento scientifico e garantire lo stesso controllo di qualità, ma in tempi più rapidi, del sistema del peer-reviewing; il raggiungimento di questi obiettivi è infatti essenziale per convincere i ricercatori a scegliere questi veicoli per diffondere le proprie ricerche piuttosto che pubblicarli sulle riviste degli editori commerciali1.

    I punti di forza sono invece rappresentati da:

    • una maggiore tempestività rispetto al circuito tradizionale;
    • il coinvolgimento da parte delle istituzioni che finanziano la ricerca e che quindi incoraggiano i propri ricercatori a scegliere questo canale di pubblicazione;
    • il coinvolgimento e il sostegno del sistema delle biblioteche;
    • la partecipazione delle società scientifiche e del sistema delle University Press che da sole possono garantire una certa massa critica.

    Se consideriamo inoltre che, accanto a questi progetti di editoria autonoma, le biblioteche e le università si sono andate presentando sempre di più sul mercato nella forma dei cosiddetti "consorzi", con l’obiettivo di cercare di contrastare l’aumento dei prezzi del materiale e quindi di spostare il rapporto di forza fra domanda e offerta verso un equilibrio a loro più favorevole, non è difficile concludere che la posizione degli editori commerciali non è una delle più tranquille.
    Va peraltro precisato che gli editori commerciali non hanno nessuna intenzione di assistere passivamente al determinarsi di questo scenario. Se da una parte prosegue a grandi passi il processo di concentrazione e la girandola di acquisizioni e fusioni, dall’altra si registra una maggiore attenzione alle domande del mercato e alle iniziative di tipo consortile. Va inoltre segnalata, in particolare, l’iniziativa CrossRef (su cui tornerò più avanti) che coinvolge sostanzialmente una buona parte degli editori commerciali. È infine recente la notizia che Elsevier Science, il maggiore editore commerciale di periodici, ha lanciato Chemistry Preprint Server (CPS), un proprio preprint server nel campo della chimica, con l’obiettivo sostanziale di contrastare il consolidarsi di un servizio analogo in ambito non commerciale2.

    2. La crisi del sistema del copyright

    Ma un altro punto di equilibrio del sistema è entrato in una crisi profonda che sembra destinata a conoscere solo accelerazioni: mi riferisco al sistema del copyright, intendendo con questo termine non tanto una specifica forma giuridica, quanto piuttosto, in modo assai generico, il sistema che regola i diritti di utilizzazione e sfruttamento di un prodotto intellettuale.

    Il sistema rende possibile la circolazione dei cosiddetti prodotti dell’ingegno sulla base di alcuni postulati:

    • il lavoro creativo va protetto e compensato;
    • l’autore non è in grado in modo indipendente né di raggiungere il suo pubblico, e quindi nemmeno di ricavarne un compenso significativo, né di proteggere la sua opera;
    • l’autore desidera raggiungere il massimo numero di lettori e quindi desidera che la circolazione sia facilitata;
    • per raggiungere questi obiettivi l’autore si affida a un operatore commerciale (editore, casa discografica, casa cinematografica, ecc.), a cui trasferisce in tutto o in parte i diritti di proprietà e/o sfruttamento della propria opera;
    • l’operatore commerciale mette sul mercato l’opera creativa e ne fissa il prezzo, cercando di avvicinarsi il più possibile alla regola ideale per cui ogni fruizione va compensata;
    • a questa regola sono previste alcune eccezioni di diritto o di fatto, quali la circolazione personale (il prestito ad un amico), la circolazione e il prestito nelle biblioteche, la copia ad uso personale.
    Negli ultimi tempi, sotto lo stimolo o la minaccia (a seconda dei punti di vista) di potenzialità insite nelle nuove tecnologie, abbiamo assistito al moltiplicarsi delle occasioni che manifestano la crisi di questo equilibrio; proviamo a ricordarne solo alcune:
    • l’iniziativa degli autori freelance americani per impedire che gli editori pubblichino o licenzino versione elettroniche dei propri articoli senza corrispondere un compenso aggiuntivo ad ogni consultazione dell’articolo;
    • l’estendersi delle prese di posizione degli enti produttori della ricerca e dell’accademia per limitare la prassi del trasferimento integrale dei diritti degli autori agli editori commerciali nella pubblicazione degli articoli scientifici;
    • le iniziative di editori e autori francesi per limitare il diritto di prestito dei libri da parte delle biblioteche;
    • la enorme e rapidissima diffusione che hanno avuto su internet i servizi e/o i sistemi che consentono il trasferimento e lo scambio di file musicali;
    • le cause che sono state intentate dall’industria discografica a questi servizi o sistemi e, in qualche caso, anche alle biblioteche e alle università che ne avevano "consentito" l’utilizzo ai propri utenti.

    Il caso più eclatante, su cui desidero soffermarmi per le ricadute che sta avendo sulla comunità bibliotecaria (in particolare quella nordamericana), è quello che riguarda la circolazione della musica registrata. E’ ormai da parecchi mesi che gli organi di informazione statunitensi (ma anche quelli di tutto il mondo) dedicano attenzione e spazio a fenomeni, tutti con un seguito nelle aule giudiziarie, che vanno sotto il nome di Mp3.com, Gnutella, Napster e Freenet.

    E’ soprattutto sul caso Napster che si è accentrata l’attenzione di tutti e in particolare anche quella della comunità bibliotecaria. Anche se di Napster si sono occupati pure i nostri quotidiani, può tuttavia essere utile all’economia del nostro discorso tentare di offrirne una sintetica descrizione.

    Napster è un sito web, ma soprattutto un protocollo di comunicazione e trasferimento dati, realizzato da un ragazzo di 19 anni, che consente di ricercare e scaricare file musicali in formato Mp3 residenti non su un server centrale, ma sui pc di tutti gli utenti collegati in quel momento al sito. La cosa si svolge più o meno così: voi vi collegate a Napster e scaricate un client, lo installate e lo lanciate; il client si collega con il database centrale e gli trasmette informazioni circa i brani musicali che avete sul vostro pc; voi, nel frattempo, avete deciso quale brano musicale vorreste avere e ascoltare e lo cercate sulla base dati di Napster; il server sa quali utenti, collegati in quel momento, dispongono di una copia del brano scelto e vi trasmette un link che consente di collegarvi all’altro utente e scaricare il file. Tutto qui: dopo qualche tempo, a seconda della velocità del vostro collegamento a Internet, voi ascoltate il brano musicale su vostro pc utilizzando uno dei tanti lettori di Mp3 scaricabili gratuitamente. Se volete, potete copiare questi file su un CD-audio e ascoltarli sul vostro sistema stereo. Il tutto in digitale, senza perdita di informazione e di fedeltà e il tutto senza alzarvi dalla vostra sedia e senza spendere praticamente una lira.

    Durante una tipica sessione di Napster sono stati verificati circa 2500 utenti collegati e circa 600.000 brani musicali disponibili; anche tenendo conto di un ampio spettro di sovrapposizione si tratta sempre di numeri ragguardevoli3.

    Ovviamente Napster è stato citato per violazione del copyright dalla RIAA (Recording Industry Association of America) e il giudice di primo grado ne ha ordinato la chiusura; la controversia è tuttavia ancora aperta ed è estremamente interessante sottolineare come la difesa di Napster si basi sul principio che consentì alla SONY, oggi una delle major dell’industria discografica e quindi una degli avversari di Napster, di vincere la causa intentatale dall’industria cinematografica nel 1984 per la messa in commercio di videoregistratori che avrebbero consentito di copiare illegalmente le videocassette; quella causa fu vinta sulla base del presupposto che la copia per uso personale (e lo scambio interpersonale?) non costituiva violazione del copyright, e conosciamo tutti lo straordinario sviluppo che ha avuto da allora la videoregistrazione4.
    Resta certo una grande differenza, e non a caso il giudice fino a questo momento ha deliberato contro Napster; tuttavia i punti di contatto sono suggestivi e danno da pensare.

    Indipendentemente dalle vicende giudiziarie di Napster, è l’approccio tecnologico e il modello ad aver suscitato l’interesse di molti5, in particolare nel campo dei servizi bibliotecari; infatti, in linea di principio, non c’è nulla che impedisca di usare l’approccio e la tecnologia di Napster per trasmettere film, immagini, libri, documenti, articoli, ecc.

    Napster è stato preso sul serio dal mondo bibliotecario statunitense, che gli ha dedicato molta attenzione fin dal primo momento6. Si potrebbe anche dire che i bibliotecari sono stati costretti ad occuparsene, visto che fra le iniziative collaterali della causa principale vi è stata anche una citazione per danni da parte della rock band Metallica di alcune università statunitensi che avrebbero consentito l’utilizzo della propria rete e delle proprie facilities informatiche per utilizzare Napster7.

    Questo interesse si è concretizzato in alcune stimolanti proposte, una delle quali, quella cosiddetta Docster di Daniel Chudnov, bibliotecario alla Yale University, ha riscontrato fino a questo momento un grande interesse8. In estrema sintesi Chudnov propone di utilizzare la tecnologia di Napster per realizzare un sistema di scambio di documenti peer-to-peer in grado di rappresentare una valida e più economica alternativa alle attuali metodologie di document delivery e ILL o almeno di integrarle in modo sostanziale.
    C’è da dire che Docster prevede un ruolo dei sistemi bibliotecari, sia per la realizzazione e il mantenimento di un sistema di indicizzazione (totalmente assente invece in Napster), sia per la creazione di un sistema di peering leggermente più stratificato e quindi più sicuro e riservato che in Napster (ogni utente è collegato al server della propria università e solo i server dialogano fra di loro) e per il fatto – ovviamente di non secondaria importanza – che Docster prevede un modello di pagamento dei diritti di copia sulla scorta del sistema utilizzato già oggi nelle biblioteche americane.

    Oltre al fenomeno Napster, e al suo clone evoluto Docster, va anche citato il fenomeno Freenet, non tanto per le ricadute pratiche (al momento limitate), quanto piuttosto per il contesto in cui si colloca e il taglio provocatorio.

    Anche in questo caso si tratta di una iniziativa di un giovane informatico; la differenza sta nel fatto che mentre Napster si presenta come una iniziativa disimpegnata, o comunque neutra rispetto al futuro della rete e il cui scopo è comunque limitato a facilitare lo scambio di musica a livello interpersonale e magari a generare dei guadagni per il suo inventore, Freenet si colloca all’interno di un contesto ideologicamente assai connotato.

    Il sito di Freenet, si apre sotto lo slogan "Re-wiring the Internet" e sfoggia in prima pagina una citazione di Mike Godwin, uno dei paladini statunitensi della lotta contro la censura su Internet9; l’ideatore di Freenet è un informatico che opera all’interno della vasta comunità di sviluppatori Linux e dell’Open Source Initiative, progetto che intende realizzare un modello di distribuzione non commerciale del software, pur senza esaurirvisi; Freenet si basa sostanzialmente su un approccio peer-to-peer analogo a quello di Napster, senza server centrale, non limitato alla musica, ma esteso ad ogni tipo di informazione, che garantisce in più il totale anonimato delle transazioni, utilizzando quelle stesse tecniche crittografiche che potrebbero essere utilizzate un domani dagli editori per proteggersi da usi illegali, così da rendere impossibile identificare e rintracciare l’origine e la destinazione del trasferimento.

    Si tratta quindi, in tutta evidenza, di un approccio tutt’altro che ingenuo (come potrebbe essere qualificato Napster, che in effetti così si difende), ma di un sistema progettato e destinato a consentire la sistematica evasione del copyright, che viene visto come un impedimento alla libera circolazione delle idee e un balzello medievale. Sono le stesse parole del suo promotore a confermarlo: "Se la cosa prende piede, penso che fra 20 o 40 anni la gente si guarderà indietro e considererà l’idea che si possa possedere l’informazione così come si possiede dell’oro o del terreno nello stesso modo in cui noi oggi guardiamo ai roghi delle streghe"10.

    Freenet è ovviamente (al momento?) troppo dirompente per poter essere presa in considerazione dal mondo delle biblioteche, tuttavia il solo fatto che un’affermazione quale quella sopra riportata possa essere fatta e ripresa da i più autorevoli quotidiani e che informatici seri ed esperti si siano impegnati a dimostrarne la realizzabilità pratica è un aspetto che non può essere sottovalutato. Se questo non bastasse, occorre sottolineare anche che la proposta di Docster, oggi pubblicata anche su riviste scientifiche, nasce all’interno della oss4lib (Open Source Systems for Libraries), il cui sito web è ospitato dalla stessa organizzazione che ospita Freenet.

    Grande nervosismo quindi, da parte di tutti, ogni volta che il copyright è in gioco. Una certa ipersensibilità è anche confermata anche da episodi un po’ folcloristici, come quello di Richard Poynder che si è visto diffidare dal Wall Street Journal per aver linkato dal proprio sito un proprio articolo pubblicato sull’edizione elettronica del prestigioso quotidiano economico, salvo poi scoprire di non avere mai autorizzato il WSJ a pubblicare l’articolo in formato elettronico, ma solo sull’edizione cartacea11, o come il caso del Governo Britannico che nel tentativo disperato di impedire ad un ex funzionario dei propri servizi segreti di divulgare attività illegali e assai imbarazzanti, lo ha citato, assieme al quotidiano popolare Mail on Sunday e ad altri mezzi di informazione, con l’accusa di aver violato il copyright della Corona divulgando documenti di proprietà governativa!12

    Come si può vedere, vi sono sufficienti ragioni per concludere che non solo sul versante della produzione dell’informazione, ma anche su quello della sua utilizzazione, la frontiera è assai mobile e il terreno assai scivoloso.
    Le due facce della crisi, quello del sistema di produzione e di distribuzione e quello della cornice giuridica all’interno della quale avviene la circolazione del materiale, peraltro si influenzano e si rafforzano a vicenda, come si può ben vedere dalle politiche di copyright adottate da alcuni dei servizi di preprint o di editoria alternativa.

    Tutti contro tutti quindi, università, ricercatori, autori, società scientifiche, editori, biblioteche, utenti e consumatori, nel tentativo di tirare a sé una coperta che ha confortevolmente scaldato tutti per qualche centinaio di anni, ma che la tecnologia ha fatto diventare improvvisamente troppo corta e tarlata.
    Tutti contro tutti, dicevamo, ma con la consapevolezza che per il momento non ci si può permettere di rompere con nessuno, perché nessuno sa dove verrà tracciata la nuova frontiera e nessuno ha la certezza di essere dalla parte giusta del confine.

    3. La nuova frontiera del linking

    Non solo conflitti quindi, combattuti nelle aule dei tribunali o nei campus delle università americane, ma anche aggregazioni, alleanze, accordi, progetti di collaborazione e di apertura all’esterno. Questa tendenza più costruttiva può essere verificata su uno dei terreni più interessanti, quello del linking, cioè dei progetti e delle tecnologie che consentono di rendere, disponibile a partire da un documento dato entità informative diverse, quali altri documenti, notizie bibliografiche, ecc.

    Risponde a questa esigenza una iniziativa assai rilevante, lanciata dai 12 più importanti editori internazionali di periodici nel novembre 1999 come Reference Linking Initiative e successivamente battezzata CrossRef; il sistema, a cui ora aderiscono quasi 50 editori, ha l’obiettivo di rendere reciprocamente trasparenti le riviste elettroniche così che sia possibile linkare i riferimenti bibliografici contenuti in un articolo al testo completo degli articoli citati, anche se pubblicati da un editore diverso e disponibili attraverso un servizio online diverso.
    CrossRef, che si è sviluppato nell’ambito dell’International DOI Foundation ed è basato sullo standard DOI (Digital Object Identifier), è molto significativa perché per la prima volta editori concorrenti decidono di aprire i propri sistemi e di rendere esplicita e navigabile la trama di relazioni esistente nella propria produzione informativa.
    Non è peraltro difficile vedere in questa iniziativa una risposta di parte commerciale ai vari progetti di editoria alternativa, soprattutto se si ricorda che è stata lanciata mentre era al massimo la discussione e l’attenzione su PubMedCentral.

    CrossRef, tuttavia, così come i sistemi di linking, statici o dinamici, che sono disponibili ormai da qualche anno sul mercato, tipicamente per consentire l’accesso a riviste elettroniche a partire da basi dati bibliografiche, lascia aperti una serie di problemi; in particolare:

    • questi sistemi non sono in grado di risolvere il problema dei link a materiale non (ancora) disponibile in formato elettronico, che pure può costituire una parte considerevole dell’informazione ricuperata in una ricerca bibliografica o citata nella bibliografia di un articolo;
    • i link sono preconfezionati e, anche quando sono dinamici, non sono né controllabili né configurabili dall’utente (o meglio dall’amministratore o dal bibliotecario).

    Si tratta di problemi di una certa rilevanza e che, se non risolti, tendono a deprimere il ruolo del sistema bibliotecario e a scavalcarne a piè pari le politiche di selezione del materiale; infatti tutti i sistemi di linking vengono "venduti" a scatola chiusa dagli editori commerciali e rappresentano un modo, non solo di dare risposta a una domanda fortemente sentita dagli utenti, ma anche di orientarne in prospettiva i consumi informativi; è nell’esperienza quotidiana di tutti il fatto che il materiale linkato e disponibile fa premio sul materiale non linkato (ma magari disponibile in forma cartacea nella biblioteca della propria facoltà); così come è altamente probabile che – a fronte di molteplici fonti dello stesso documento - l’editore commerciale proponga quella o quelle di cui ha l’immediato controllo e/o da cui, attraverso accordi commerciali, ricava un margine di profitto.

    Una possibile soluzione al problema è stata prospettata dalla proposta denominata SFX, realizzata da due informatici-bibliotecari dell’Università di Gand (Belgio) e il cui funzionamento è stato dimostrato tanto a Gand quanto ai National Physics Laboratories di Los Alamos (USA)13.
    SFX, definito come una "cornice per un reference-linking sensibile al contesto", si propone di mettere nelle mani del bibliotecario o dell’amministratore un sistema flessibile in grado di rispondere a questa domanda: "disponendo di metadata bibliografici come si può presentare un servizio esteso che abbia rilevanza per l’utente?"

    SFX vuole rappresentare una soluzione indipendente per offrire la totale interconnessione fra collezioni di risorse informative eterogenee in continua crescita; questo obiettivo viene raggiunto consentendo al sistema bibliotecario di definire link fra le risorse e realizzando una completa integrazione con i servizi bibliotecari più generalmente intesi, a prescindere dal fatto che le risorse siano conservate localmente o presso un fornitore di informazioni esterno.
    SFX potrebbe anche essere considerato come un prodotto da laboratorio, se non fosse che Ex Libris, produttore di Aleph, un ILS (Integrated Library System) che vanta oltre 500 installazioni, ha acquistato dall’Università di Gand il software realizzato dal progetto e ha intenzione di svilupparlo ulteriormente e di renderlo disponibile commercialmente14.

    Questo sviluppo, un po’ inaspettato, richiama la nostra attenzione sui produttori di software per biblioteche, che fino a questo momento erano rimasti un po’ ai margini delle dinamiche e delle convulsioni del mercato editoriale.

    Con SFX (e con un altro sviluppo denominato MetaLib in qualche modo basato su SFX), Ex-Libris si propone infatti come interlocutore di quei sistemi bibliotecari e di quei consorzi di sistemi che sono alla ricerca di strumenti di integrazione a 360 gradi fra catalogo del proprio patrimonio bibliografico e risorse cosiddette esterne, tipicamente, ma non necessariamente, in formato digitale.

    Che questa sia una tendenza che dovremo seguire particolarmente da vicino lo conferma anche la recente acquisizione da parte di Elsevier Science di Endeavor, il produttore di Voyager, un ILS utilizzato da circa 600 sistemi bibliotecari, fra cui la Library of Congress.
    Questa acquisizione è stata accolta con molta perplessità e una certa ostilità dalla comunità bibliotecaria nordamericana, presso la quale Elsevier non riscuote una grande popolarità, godendo di fatto di una posizione dominante sul mercato delle riviste scientifiche e avendo praticato negli scorsi anni una politica particolarmente aggressiva sul fronte dei prezzi15.
    Scontate le prime preoccupate reazioni, Elsevier ha annunciato le prime novità, e fra queste il progetto di rendere disponibili le cosiddette "Web editions" delle proprie riviste agli utenti di Voyager, realizzando in questo modo un’integrazione fra il dato catalografico e il documento elettronico.

    Questa acquisizione si segnala per la sua eccezionalità (Elsevier aveva fino a questo momento realizzato acquisizioni quasi esclusivamente focalizzate verso imprese proprietarie di contenuti) e può essere interpretata (assieme con la mossa di Ex-Libris) come un forte segnale di sveglia indirizzato dal mercato ai produttori di ILS, per ricordare a tutti che in questo mercato assai turbolento non esistono ruoli o posizioni che possano chiamarsi fuori dalla necessità di ridefinirsi e ricollocarsi.

    Possiamo quindi concludere che sul terreno del linking, e degli strumenti per la sua gestione e controllo, si potranno sviluppare alleanze e sinergie fra i diversi attori del mercato, ma anche come sia assai probabile che queste iniziative siano caratterizzate da un certo grado di conflittualità.

    Se segnalavamo prima un certo nervosismo per dimostrare la centralità della questione del copyright nel processo di ridefinizione dei nuovi equilibri del mercato, c’è da dire che anche attorno alla questione del linking si sono consolidati interessi forti e piuttosto aggressivi: è di qualche mese fa la notizia che British Telecom ha rivendicato di aver brevettato nel 1976 la tecnologia che è alla base del link ipertestuale, e ha inviato ai 17 principali Internet provider statunitensi richieste di pagamento di diritti16.
    Non c’è bisogno di un profeta per concludere che questa iniziativa-bomba, se le pretese di British Telecom saranno riconosciute fondate, potrebbe essere destinata ad avere un impatto devastante su Internet come l’abbiamo conosciuta in questi anni o, più probabilmente, a spostare sensibilmente i rapporti di forza e gli schieramenti per assicurarsi i vantaggi economici derivanti dal suo utilizzo.

    Abbiamo quindi visto che, sulla base della spinta prodotta dal cambiamento tecnologico, il mercato e l’intero sistema dell’editoria scientifica sono entrati in uno stato fluido e hanno iniziato a muoversi in parecchie direzioni, alcune delle quali anche contraddittorie, seguendo le linee di rottura rappresentate dalla crisi del modello di produzione dell’informazione scientifica, dalla crisi del copyright e dall’emergenza strategica del problema del linking.

    I possibili scenari per il futuro sono molteplici, ma credo sia possibile, tuttavia, tracciare alcune linee generali e ipotizzare almeno alcune delle tendenze che potrebbero caratterizzare i prossimi anni:

    • le biblioteche, attraverso iniziative consortili e altre strategie di mercato, continueranno a premere sugli editori con l’obiettivo di raggiungere rapporti di forza più favorevoli nei confronti degli editori commerciali;
    • cresceranno i progetti di editoria autonoma o parallela da parte delle università e degli enti finanziatori della ricerca;
    • contestualmente le società scientifiche e le accademie tenderanno a differenziarsi sempre di più dagli editori commerciali, in qualche caso collaborando con le università e le biblioteche nei progetti di editoria alternativa;
    • continuerà quindi la pressione sugli editori commerciali per una politica dei prezzi più contenuta e più favorevole alla transizione al digitale;
    • aumenterà la pressione sugli editori perché gli articoli siano disponibili in formato elettronico in tempi sempre più brevi;
    • non sarà facile la convivenza fra il modello commerciale e quello autonomo;
    • al modello "rivista" si affiancherà il modello "contenitore" e verranno contestualmente sperimentati nuovi modelli commerciali diversi dal tradizionale abbonamento;
    • continuerà la corsa ad accaparrarsi l’informazione secondaria (cosa sarebbe PubMed Central senza PubMed e Medline?) e/o a raggiungere accordi di linking o di peering fra risorse diverse, sia primarie che secondarie;
    • gli editori commerciali tenderanno ad accrescere il valore aggiunto dei propri e-journals, integrandoli con servizi esterni e rendendone l’accesso più flessibile e più personalizzabile;
    • nell’editoria alternativa si affermeranno modelli di copyright più leggeri e più favorevoli all’autore e agli utilizzatori, e in qualche caso questo modello potrà spingersi anche nella direzione dei modelli di Open Source;
    • il sistema del copyright in quanto tale continuerà ad essere messo sotto pressione dagli sviluppi tecnologici;
    • si affermeranno sistemi di controllo del copyright digitale, ma contestualmente cresceranno gli sforzi per aggirarli o renderli vani.

    Come sempre, la realtà ci sorprenderà con aspetti che avevamo completamente sottovalutato e con i giochi di prestigio a cui abbiamo assistito negli ultimi anni; non c’è dubbio quindi che, come gli attori della commedia dell’arte, reciteremo ancora una volta a soggetto, ma non potremo esimerci dal fare uno sforzo per capire almeno le principali caratteristiche del copione che saremo chiamati a interpretare.

    Luca Burioni
    27 settembre 2000
     



    Note

    1. Si veda al proposito: Lee Ketcham-Van Orsdel; Kathleen Born: Pushing toward more affordable access  (40th Annual Report - Periodical Price Survey 2000 ),“Library Journal”, Vol. 125 (2000), 7, p. 47-52.

    2. Robert F Service: Chemists toy with the preprint future, “Science”; Vol. 289 (2000), 5484, p. 1445-1446.

    3. Secondo il “New York Times” del 12 settembre (Susan Stellin; Napster Use Quadrupled in 5 Months, Sep. 12, 2000, p. 6) gli utenti di Napster avevano raggiunto nel mese di luglio i cinque milioni nei soli Stati Uniti.

    4. Si veda ad esempio: Lee Gomes: 1984 Sony Case Key to Napster Legal Strategy, “Wall Street Journal”, Sep 13, 2000, p. B1

    5. E’ questo il caso di uno dei giganti dell’informatica, la Intel (Fred Vogelstein; Surekha Vajjhala; Janet Rae-Dupree: Who says the PC is dead? Intel backs controversial file-sharing technology as the next big thing, “U.S. News & World Report”, Sep 4, 2000, p. 40-41).

    6. Si veda per tutti il messaggio inviato da Richard Jasper , con Subject  “Napster, Planned Obsolescence & Control”, alla lista di discussione LIBLICENSE-L  del 2 giugno 2000 <http://www.library.yale.edu/~llicense/index.shtml

    7. Se alcune università chiamate in causa si sono affrettate a inibire l’accesso a Napster dalle loro reti, altre hanno deciso di resistere sulla base della motivazione che “in quanto istituzioni educative non intendono controllare né limitare l’uso di Internet”; cfr. Universities Reject Request to Prohibit Access to Napster, “Wall Street Journal”, Sep 25, 2000, p.1

    8. Daniel Chudnov: Docster: The Future of Document Delivery?, “Library Journal”, Vol. 125 (2000), 13, p. 60-62.

    9. <http://freenet.sourceforge.net/>

    10. Ian Clarke, citato da  John Markoff,  Cyberspace Programmers Confront Copyright Laws, “New York Times”, May 10, 2000, p. 1.

    11. Richard Poynder: What Price Copyright? New Concerns. Intellectual property—the fuel of the information industry—is in danger, “Information Today”,  vol. 16 (1999), 11.

    12. Fra gli articoli dedicati alla vicenda: Jon Wiener: Copyright as censorship, “The Nation”; vol. 270 (2000), 20, p.20-22.

    13. Herbet Van de Sompel; Patrick Hochstenbach: Reference linking in a hybrid library environment. Part 1: frameworks for linking. D-Lib Magazine 5, no. 4. <http://www.dlib.org/dlib/april99/van_de_sompel/04van_de_sompel-pt1.html;
    Part 2: SFX, a generic linking solution. D-Lib Magazine 5, no. 4 <http://www.dlib.org/dlib/april99/van_de_sompel/04van_de_sompel-pt2.html;
    Part 3: Generalizing the SFX solution in the "SFX@Ghent & SFX@LANL" experiment. D-Lib Magazine 5, no. 10. <http://www.dlib.org/dlib/october99/van_de_sompel/10van_de_sompel.html>

    14. A riprova  dell’interesse suscitato da SFX, Ex-Libris ha già raggiunto in questi mesi un accordo con due importanti produttori/distributori di informazioni quali EBSCO e ISI (Institute for Scientific Information).

    15. George M Eberhart: Endeavor purchase met with surprise, concern, “American Libraries”; vol. 31 (2000), 5, p. 20-21.

    16. Laura Rohde; British Telecom claims to have patent for hyperlinks, “InfoWorld”, vol. 22 (2000), 26, p. 28.
     


    Bibliografia supplementare

    Adrian Alexander, Marilu Goodyear: Changing the Role of Research Libraries in Scholarly Communication. The Development Of Bioone. "The Journal of Electronic Publishing", Vol.5 (2000), 3. <http://www.press.umich.edu/jep/05-03/alexander.html>

    Steven Bachrach, R. Stephen Berry, Martin Blume,Thomas von Foerster et al.: Who should own scientific papers?, "Science", Vol. 281 (1998), 5382, p. 1459 <http://www.sciencemag.org/cgi/content/full/281/5382/1459>

    Alison Buckholtz: Electronic genesis: E-journals in the sciences, "Academe", vol. 85 (1999), 5, p. 65-68

    Bob Cherry: Will libraries want their MP3?, "Library Journal", suppl. "Net Connect" (Spring 2000), p. 9

    Daniel Chudnov; Docster: instant document delivery. April 2000. <http://oss4lib.org/readings/docster.php>

    Harvard Medical School and School of Dental Medicine, Office of Technology Licensing: Harvard University Policy on Patent and Copyright. <http://www.hms.harvard.edu/otl/p_and_c.html>

    Richard T O'Grady: The BioOne Online Journals initiative, "Bioscience", vol. 50 (2000), 3, p. 187.

    Norman Oder: Consortia hit critical mass, "Library Journal", vol. 125 (2000), 2, p. 48-51,

    Michael Rogers, Norman Oder: Research librarians seek to build scholarly e-communities, "Library Journal", vol. 125 (2000), 11, p. 12.

    Jenny Walker: Navigating Information Landscapes: the role of linking technologies and the need for standards for interoperability. Online Conferentie Nederland - 5th April 2000. <http://www.exlibris.co.il/sfx/online2000.doc>
     


    La bibliografia è stata ricuperata anche grazie a ProQuest, il servizio di informazione in linea di Bell & Howell Information and Learning.

    03-10-2000: Questa edizione elettronica rivede e integra la corrispondente edizione a stampa pubblicata in Catalogo basi dati e pubblicazioni elettroniche 2001, 12a ed.; Genova: ottobre 2000, ISSN: 1127-4859
     

       

     

     

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